La vicenda Marrazzo ha portato ancora una volta alla luce tutto lo squallore del sesso a pagamento. I vari interventi, come era già avvenuto sul “caso Berlusconi”, ruotano generalmente sulla divisione pubblico-privato, e molti a sinistra magnificano Marrazzo per le sue dimissioni a fronte dell’ostinazione del premier a mantenere il suo ruolo istituzionale, nonostante le azioni che gli vengono contestate non si possano iscrivere unicamente nella sfera privata come nel caso del governatore del Lazio. Gli interventi più progressisti si concentrano sulla {{“viltà” dei personaggi pubblici}} – non di tutti naturalmente – che non sono disposti a dichiarare le loro inclinazioni sessuali, “rendendo consapevolmente politico il loro personale”, cosa che permetterebbe loro di contribuire “allo smantellamento della norma e così al miglioramento dello stato di cose presenti. Per tutt*”, come scrive {{Patrizia Politelli}} ([Il colpo è stato forte->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article5032] – 26.10 2009).

Considerare “il sesso come qualcosa di sporco, da nascondere. Come qualcosa che non può essere vissuto liberamente, ma che implica necessariamente un rapporto di dominio-sottomissione” deriva, secondo me, da {{un problema di fondo}} che impedisce in genere al maschio umano di riconoscere un partner – cioè un compagno, un complice – in chi ha la ventura di accompagnarsi con lui, indipendentemente dal suo sesso e dalle sue inclinazioni sessuali.

Comprare, non importa se con danaro o con promesse di favori, un essere umano per trastullarsi significa concepirlo come cosa che si può acquistare, usare, mollare alla stregua di qualunque merce. Ora, se ridurre a cosa un essere umano è un crimine, non si capisce perché non dovrebbe esserlo quando si parla di prostituzione. La risposta a questo quesito penso sia corale: non sempre chi si prostituisce lo fa perché costretto, spesso si tratta di una libera scelta. Io penso però che, se non ci si lascia invischiare nella semplicistica linearità della mente maschile, sia facile comprendere che in una società civile, cioè giusta e finalizzata al sostegno della specie, dove ciascuna/o potesse lavorare per vivere senza dover fare i salti mortali e fare liberamente l’amore seguendo le proprie inclinazioni, {{nessuna/o sarebbe disposta/o a vendersi}}. C’è qualcuno, a meno che non sia sano di mente, che possa provare gioia nell’essere retrocesso da persona a cosa? La disponibilità a prostituirsi deriva dalla necessità e dall’interiorizzazione di un errato concetto di essere umano, percepito come cosa fra cose, semplice mezzo per appagare altrui esigenze.

Il fatto è che su tale concezione del vivente umano, sbagliata perciò irrazionale, si basano tutte le società androcentriche senza eccezioni. E’ questa paradossale mancanza il terreno di coltura dei crimini contro l’umanità, commessi a vario titolo e con diversi gradi di ferocia. {{La riduzione della sessualità a miserabile sfogo è solo uno dei suoi infiniti aspetti.}} Il timore di essere considerate bacchettone e moraliste non deve dissuaderci dal rilevare con forza l’origine di comportamenti così dissennati che, come al solito, è conoscitiva. Anche perché, se è vero che alla base dei mali che affliggono le nostre organizzazioni sociali c’è un’idea errata di vivente, {{la morale non può più essere considerata una sfera a parte rispetto a quella cognitiva}} e il sesso, anche quando non è legato all’amore con la a maiuscola, non può essere scisso dal rispetto. Questo perchè tutto si tiene, contrariamente a quanto la mente maschile, analitica e decostruttiva, mostra di credere. Inoltre, in una cornice siffatta salta definitivamente l’indebita scissione tra pubblico e privato: come può, infatti, un uomo politico che non riconosce la differenza tra una persona e una cosa, più in generale tra un vivente e un non vivente, governare un mondo di viventi?